RAPPORTO CNEL ISTAT 2026: LA FORMAZIONE COME ANTIDOTO AL MISMATCH TRA DOMANDA E OFFERTA NEL RAPPORTO ISTAT 2026

MONTOPOLI VAL D’ARNO – Il Rapporto cnel/unioncamere 2026-2029 analizza le previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia nel medio termine, offrendo un quadro quantitativo dettagliato dell’evoluzione attesa del mercato del lavoro. Nel quinquennio 2025-2029 il sistema economico italiano potrà richiedere complessivamente tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori, pari a una media annua compresa tra circa 650 mila e 740 mila unità. Il valore varia a seconda dello scenario macroeconomico considerato: nello scenario più favorevole, coerente con il quadro programmatico del Governo, il fabbisogno totale stimato è di 3,72 milioni di occupati; nello scenario meno favorevole scende a 3,28 milioni.

Il dato più rilevante è però la composizione di questa domanda. Oltre l’80% del fabbisogno complessivo è rappresentato dalla replacement demand, cioè dalla necessità di sostituire lavoratori che usciranno dal mercato del lavoro per pensionamento, mortalità o altre cause. Nel quinquennio si stima che le sostituzioni ammonteranno a poco più di 3 milioni di unità (circa 3,04 milioni), con un’incidenza pari a quasi il 14% dello stock occupazionale attuale. In termini pratici, significa che su 100 occupati presenti all’inizio del periodo, circa 14 dovranno essere sostituiti entro il 2029. La componente di sostituzione riguarda soprattutto il settore dei servizi, che assorbirà circa il 72% della replacement demand (2,2 milioni di unità). L’industria rappresenta circa il 24% (726 mila unità), mentre agricoltura, silvicoltura e pesca incidono per meno del 4% (111 mila unità). Particolarmente elevato è il tasso di sostituzione nella Pubblica Amministrazione: il 23% dei dipendenti pubblici dovrà essere rimpiazzato entro il quinquennio, pari a circa 768 mila unità. Nel settore privato, invece, le sostituzioni riguarderanno circa 1,6 milioni di dipendenti e 665 mila lavoratori autonomi.

Accanto alla domanda di sostituzione, si colloca la expansion demand, cioè la crescita netta dello stock occupazionale legata all’andamento dell’economia. In questo caso le previsioni sono più sensibili al contesto macroeconomico: nello scenario positivo si stima un incremento di circa 679 mila occupati nel periodo 2025-2029 (+2,9% rispetto al 2024), mentre nello scenario negativo la crescita si riduce a circa 237 mila unità (+1%). La crescita sarà trainata principalmente dai servizi, che nello scenario favorevole registrerebbero un aumento di oltre 535 mila occupati, contro un incremento molto più contenuto nell’industria (+147 mila nello scenario positivo e solo +29 mila in quello negativo).

Analizzando le filiere produttive, il maggiore fabbisogno complessivo si concentrerà nel “commercio e turismo”, con una richiesta stimata tra 574 mila e 702 mila lavoratori nel quinquennio. Seguono “altri servizi pubblici e privati” (512-544 mila unità), “salute” (417-443 mila), “formazione e cultura” (373-421 mila) e “finanza e consulenza” (362-420 mila). Tra le filiere industriali spiccano “meccatronica e robotica” (149-164mila) e “costruzioni e infrastrutture” (226-271 mila), quest’ultima sostenuta anche dagli investimenti pubblici.

Un ruolo determinante è attribuito al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il cui impatto occupazionale nel periodo 2025-2029 è stimato in circa 809 mila occupati, in caso di piena realizzazione degli investimenti. Circa il 78% di questo impatto riguarderà i servizi, il 19% l’industria e il 3% l’agricoltura. Le filiere maggiormente beneficiate saranno “finanza e consulenza” (19% dell’impatto PNRR), “commercio e turismo” (18,8%), “altri servizi pubblici e privati” (17,7%), “formazione e cultura” (12,8%) e “costruzioni e infrastrutture” (9,8%).

Dal punto di vista professionale, le figure maggiormente coinvolte saranno le professioni commerciali e dei servizi (21%), le professioni specializzate ad alta qualificazione (19,1%) e le professioni tecniche (17,5%). Sul piano formativo, il 45,6% del fabbisogno collegato al PNRR richiederà un diploma tecnico-professionale, il 35,3% una formazione terziaria (università, ITS, AFAM), il 13,8% un livello inferiore al secondo ciclo e il 5,3% un diploma liceale. Nel complesso, il quadro delineato dal Rapporto evidenzia una trasformazione strutturale del mercato del lavoro italiano: crescente centralità dei servizi, forte impatto dell’invecchiamento demografico, domanda elevata di competenze tecniche e specialistiche, e ruolo cruciale delle politiche pubbliche di investimento.

La sfida principale per il Paese non sarà soltanto creare nuovi posti di lavoro, ma garantire un adeguato ricambio generazionale e un sistema formativo capace di fornire le competenze necessarie per sostenere la transizione digitale, ecologica e organizzativa dell’economia italiana.

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